Beato Rodolfo Acquaviva

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Beato Rodolfo Acquaviva
Nome: Beato Rodolfo Acquaviva
Titolo: Gesuita, martire
Nome di battesimo: Rodolfo Acquaviva
Nascita: 2 ottobre 1550, Atri,Teramo
Morte: 25 luglio 1583, Coculin, Salsette, India
Ricorrenza: 25 luglio
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione
Beatificazione:
1893, Roma, papa Leone XIII
Fa parte di:Santi dell'Abruzzo


I cinque martiri gesuiti venerati in questo giorno sono Rodolfo Aquaviva, Alfonso Pacheco, Pietro Berno, Antonio Francisco, e Francesco Aranha; i primi quattro erano sacerdoti, mentre l'ultimo era un fratello collaboratore. Rodolfo Aquaviva era figlio del duca di Atri, nel regno di Napoli, e nipote di Claudio Aquaviva, quinto generale della Compagnia di Gesù; la sua famiglia era strettamente legata ai Gonzaga. Nato nel 1550, entrò nei gesuiti nel 1568, e dopo l'ordinazione sacerdotale a Lisbona, fu inviato a Goa, in India. Nel 1579, il gran mogol, Akbar, chiese che fossero inviati dei missionari alla sua corte nei pressi di Agra, per discutere alcune questioni religiose. Rodolfo fu nominato capo del piccolo gruppo che partì, e che per quattro anni lavorò senza molti risultati, nonostante la stima di Akbar conquistata con la sincerità e l'esempio austero. Rodolfo fu richiamato a guidare la missione nella penisola di Salsette.

Alfonso Pacheco, nato in Castiglia nel 1551, diventò gesuita nel 1567, e nel 1)74 partecipò alla missione in India. Svolse il suo ministero per alcuni anni a Goa e, nel 1581, fu nominato superiore della missione di Salsette, incarico che conservò fino all'arrivo di Rodolfo.

Pietro Berno, nato probabilmente nel 1553, ad Ascona (Ticino), entrò nella Compagnia di Gesù a Roma, nel 1577; partì per Goa, dove fu ordinato sacerdote nel 1580, due anni dopo, e venne inviato a svolgere il suo ministero nella missione di Salsette. Si hanno poche informazioni sul suo compagno, Antonio Francisco, nato a Coimbra, in Portogallo nel 1553; dopo essere diventato gesuita, fu inviato in India, dove fu ordinato sacerdote nel 1583. Anche il quinto membro del gruppo, Francesco Aranha, era portoghese: si era recato a Goa con suo zio, primo arcivescovo della città, ed era entrato nei gesuiti all'età di ventisette anni come fratello assistente. Abile architetto, si occupò della costruzione e restaurazione delle chiese e degli edifici delle missioni. Era in India da circa ventitré anni, quando partecipò alla missione di Salsette nel 1583.

Immediatamente prima di questa missione, Pacheco e Berno furono coinvolti in due spedizioni punitive dei portoghesi contro il villaggio di Cuncolin, un centro religioso e culturale indù, vicino alla capitale della provincia di Salsette; entrambi i sacerdoti presero parte alla distruzione degli edifici sacri del villaggio, incluso il tempio principale dedicato a Shantadurga, la dea della pace. Quest'azione obbediva al decreto reale del 1546, che ordinava la distruzione delle immagini indù in tutto il territorio portoghese, e la soppressione delle feste indù; anche se la maggior parte degli scrittori cattolici del xvI secolo si opponevano all'uso della violenza contro il popolo per convertirlo, erano inclini a sostenere la distruzione dei templi, delle cappelle, e delle statue non cristiane, come parte del dovere dello stato cristiano di sopprimere l'idolatria. Inoltre, sebbene le conversioni ottenute con la forza fossero condannate ufficialmente, i portoghesi esercitavano una forte pressione sociale ed economica sul popolo locale indù, per convertirlo al cristianesimo. Nel luglio 1583, i cinque gesuiti, credendo che Cuncolin fosse ancora il centro dell'opposizione indù alla loro opera missionaria, decisero di recarvisi per varare una nuova missione. Partirono con altri cristiani per cercare un luogo su cui costruire una chiesa e una croce missionaria, ma i capi del villaggio li affrontarono con forza, decisi a opporsi. Uno dei laici cristiani suggerì ai missionari di sparare sugli indù, ma Pacheco lo fermò, dicendo: «Non siamo qui per combattere». Dato che nel gruppo vi erano diversi cristiani armati di fucile, questo divieto dei gesuiti fu notevole, visto che gli scrittori cristiani del tempo generalmente erano d'accordo sull'uso legittimo della violenza per proteggere i missionari da eventuali attacchi, anche se questi predicavano in luoghi dove la loro presenza non era gradita. I quattro sacerdoti furono uccisi subito, mentre Francesco fu trovato ancora vivo il giorno dopo: gli fu offerta la libertà, se avesse adorato la statua di una divinità indù, ma, al suo rifiuto, morì trafitto dalle frecce.

Un certo numero di altri cristiani furono uccisi nello stesso momento dei gesuiti; conosciamo i nomi di quattro indiani: Domenico, un ragazzo bramino, ucciso perché aveva mostrato ai sacerdoti le pagode da distruggere; Alfonso, un altro giovane bramino, a cui tagliarono le mani prima di ucciderlo perché aveva portato il breviario di Pacheco; Francesco Rodriguez, che aveva avvisato i sacerdoti su alcune questioni, e Paolo da Costa, che li aveva aiutati a convertire il popolo. Un altro laico, il portoghese Gonzalo Rodriguez, fu ucciso per impedire che diffondesse la notizia delle ulteriori uccisioni. Un secondo laico portoghese, Domenico d'Aguiar, cercò la fuga su una nave che apparteneva a un amico. Si ignora la ragione per cui l'arcivescovo di Goa omise tutti i nomi laici dalla lista che stilò per aprire la causa dei martiri nel 1600; B.T.A. aggiunge: «Da ciò chc si sa dei metodi di quel prelato, oggi non sarebbero probabilmente convincenti».

La causa proseguì molto lentamente, e l'"avvocato del diavolo" sostenne che il precedente l'attacco portoghese al villaggio aveva creato uno stato di guerra, e che gli abitanti stavano semplicemente respingendo un nemico, non attaccando i cristiani in quanto tali. Una cautela simile era tipica della riluttanza delle autorità romane, che temevano l'accusa di condonare deliberatamente azioni offensive contro quelli che non erano cristiani. Nel 1741, papa Benedetto XIV dichiarò che le morti rappresentavano un martirio autentico, ma la beatificazione formale non avvenne che nel 1893. Questi martiri sono spesso chiamati "Martiri di Salsette", e la loro festa era di solito celebrata il 27 luglio.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Salsette in India, beati martiri Rodolfo Acquaviva, Alfonso Pacheco, Pietro Berna, Antonio Francesco, sacerdoti e Francesco Aranha, religioso, della Compagnia di Gesù, uccisi dagli infedeli per aver esaltato la croce.

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